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Quando senti di aver perso qualcosa che avresti voluto vivere

13 ore fa
Tempo di lettura: 3 min

Ci sono momenti della maternità che immaginiamo di ricordare per sempre: il primo sorriso, il modo in cui il neonato cerca il nostro sguardo, le prime notti insieme, quel piccolo corpo tra le braccia. Eppure, per alcune madri, quei momenti possono essere vissuti attraverso una sofferenza così intensa da sembrare quasi irraggiungibili.

La depressione post-partum può rendere difficile sentire il legame con il proprio bambino, provare piacere, essere presenti emotivamente. Non significa non amare il proprio figlio. Significa che, in quel momento, la sofferenza può occupare uno spazio così grande da lasciare poco spazio per tutto il resto.

Quando poi la depressione si attenua e la madre riesce a stare meglio, può arrivare una consapevolezza dolorosa: “Mi sono persa dei momenti che non torneranno più.”

È qui che può comparire una forma particolare di lutto: il lutto per una maternità che avremmo voluto vivere diversamente.

Non si piange necessariamente la perdita di qualcosa che è realmente scomparso, ma la perdita di un'esperienza immaginata, di un tempo che avrebbe potuto essere diverso. E proprio perché quei momenti non possono essere recuperati, può emergere un forte senso di colpa: “Avrei dovuto esserci. Avrei dovuto godermeli. Mio figlio aveva bisogno di me.”

Ma c'è una distinzione importante da fare: essere stata poco presente a causa della depressione non equivale ad aver scelto di esserlo.

La depressione post-partum non è una decisione, una mancanza di volontà o una forma di disinteresse nei confronti del proprio bambino. È una condizione di sofferenza che può modificare profondamente il modo in cui una persona percepisce se stessa, le relazioni e ciò che sta vivendo.

Anche il senso di colpa, allora, merita di essere guardato con attenzione.

Da una prospettiva sistemico-relazionale, possiamo provare a spostare lo sguardo dalla domanda “Che cosa ho sbagliato?” alla domanda “Che cosa stava accadendo a me e intorno a me in quel periodo?”

Questo cambiamento non cancella il dolore per ciò che non è stato vissuto. Ma permette di collocarlo dentro una storia più ampia, nella quale quella madre non è soltanto colei che “si è persa dei momenti”, ma anche una donna che stava attraversando una trasformazione profonda, dentro una rete di relazioni, aspettative, fatiche e risorse.

Ed è proprio in questa rilettura che la psicoterapia sistemico-relazionale secondo il Milan Approach può offrire uno spazio importante. Non per cancellare ciò che è accaduto né per convincere la madre che “non è successo nulla”, ma per aiutarla a comprendere la propria esperienza all'interno della trama delle relazioni e dei significati che la accompagnavano.

In terapia può diventare possibile dare un nome a quel dolore, distinguere la responsabilità dalla colpa e, soprattutto, costruire una narrazione diversa di sé: non quella di una madre che ha fallito, ma quella di una donna che ha attraversato un momento di grande sofferenza e che oggi può tornare a scegliere come stare nella relazione con il proprio figlio.

Perché la relazione con un figlio non si costruisce in pochi giorni né si esaurisce nei primi mesi di vita.

Ciò che non è stato possibile vivere allora non determina tutto ciò che sarà possibile vivere dopo.

Il legame può continuare a costruirsi attraverso gli incontri quotidiani, gli sguardi, le parole, il gioco, le cure, la presenza. Non serve recuperare il tempo perduto: serve poter abitare il tempo che c'è.

Forse, allora, il lutto può trasformarsi lentamente. Non più soltanto nel dolore per ciò che non è stato, ma nella possibilità di riconoscere che quella madre, in quel momento, stava facendo ciò che poteva con le risorse che aveva.

E questo non rende meno importante ciò che è mancato. Ma permette finalmente di guardarlo senza condannarsi per non aver potuto fare diversamente.

 
 
 

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​Studio di Psicologia Pasetti

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