E se diventare madre significasse anche perdere qualcosa di sé?
- Dott.ssa Fabiola Pasetti

- 45 minuti fa
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È sera. Finalmente il bambino dorme.
La casa è silenziosa e, per qualche minuto, anche la mamma può fermarsi. Si guarda allo specchio mentre si lava il viso. Il corpo è cambiato, i capelli sono raccolti velocemente, la stanchezza si fa sentire.
E per un attimo arriva un pensiero che forse non avrebbe mai immaginato di poter avere:
“Mi manca la donna che ero prima.”
Poi può arrivare il senso di colpa.
Perché quel pensiero può sembrare quasi una contraddizione: se amo così tanto mio figlio, perché sento nostalgia della mia vita di prima?
Eppure le due cose possono convivere.
Diventare madre è una delle trasformazioni più profonde che una donna possa attraversare. Nasce un bambino, ma nasce anche una nuova versione di sé. Cambiano il corpo, i ritmi, le priorità, le responsabilità e il modo di vivere le relazioni.
La vita che prima aveva un certo equilibrio deve essere completamente riorganizzata intorno a una persona che ha bisogno di noi.
E mentre si parla molto della gioia della maternità, si parla forse meno di tutto ciò che, insieme al bambino, una donna può sentire di aver lasciato indietro.
Prima della maternità c'erano il tempo per sé, le amicizie, il lavoro, le passioni, la coppia, una certa libertà e un determinato rapporto con il proprio corpo.
Con la nascita di un figlio queste dimensioni non necessariamente scompaiono, ma possono cambiare profondamente.
Anche il corpo può diventare qualcosa da imparare nuovamente ad abitare. Può non sembrare più quello di prima e può richiedere tempo per essere riconosciuto e accettato.
Ed è proprio qui che può comparire quella che potremmo chiamare una sorta di “lutto dell'identità”.
Non un lutto nel senso di una perdita definitiva, ma il bisogno di lasciare andare un modo di essere che non può più esistere esattamente come prima.
Può esserci nostalgia della libertà, del proprio tempo, della propria indipendenza. Della relazione di coppia così com'era. Del lavoro. Del corpo. O semplicemente di quella donna che aveva più spazio per ascoltare se stessa.
Sentire questa nostalgia non significa amare meno il proprio figlio.
Significa riconoscere che una parte importante della propria vita è cambiata e che anche i cambiamenti desiderati possono portare con sé una sensazione di perdita.
Il Milan Approach ci invita a guardare questa esperienza non isolando la donna, ma osservandola all'interno della rete di relazioni in cui vive.
Diventare madre, infatti, non trasforma soltanto la donna. Trasforma la coppia, modifica gli equilibri della famiglia, coinvolge le famiglie d'origine, può cambiare le amicizie e ridefinisce i ruoli di ciascuno.
Cambiano le aspettative, le responsabilità, gli spazi e le modalità attraverso cui ci si incontra e ci si comunica.
E questi cambiamenti si influenzano continuamente: quando cambia una persona, cambia anche il sistema intorno a lei; quando cambia il sistema, anche la persona può sentirsi diversa.
Per questo, di fronte alla fatica della maternità, può essere importante non chiedersi soltanto:
“Che cosa c'è che non va in me?”
Ma provare a guardare la situazione con maggiore curiosità:
“Che cosa è cambiato nella mia vita e nelle mie relazioni da quando sono diventata madre?”
Questa domanda può aprire uno spazio diverso, meno giudicante.
Perché forse non c'è nulla da aggiustare nella donna che sente nostalgia della propria vita precedente. Forse c'è qualcosa da ascoltare.
Può essere utile chiedersi: di che cosa ho nostalgia, esattamente?
Del tempo per me? Della libertà? Del mio corpo? Della mia relazione di coppia? Del lavoro? Delle amicizie? Oppure di una parte di me che, presa dalle nuove responsabilità, non riesco più ad ascoltare?
La risposta può diventare un punto di partenza.
La maternità non dovrebbe chiedere a una donna di smettere di essere se stessa.
La sfida può essere piuttosto quella di costruire una nuova identità nella quale possano trovare spazio sia la madre che è diventata sia la donna che continua ad essere.
Anche la psicoterapia può rappresentare uno spazio in cui poter dare voce a queste ambivalenze senza giudicarle.
Nel mio lavoro, attraverso una prospettiva sistemico-relazionale e il Milan Approach, possiamo osservare ciò che sta accadendo cercando di comprendere i significati che la maternità ha assunto nella storia della donna e il modo in cui questa trasformazione sta modificando le sue relazioni.
Non si tratta di tornare indietro.
La donna di prima non deve essere recuperata esattamente com'era.
Può essere ritrovata, trasformata e integrata nella donna che è diventata.
E forse è proprio questo uno dei passaggi più importanti: smettere di pensare alla maternità come a una scelta tra chi ero e chi sono diventata.
Possiamo essere entrambe.
Possiamo essere madri e continuare ad avere desideri, passioni, sogni, relazioni e bisogno di spazio.
Perché cambiare non significa necessariamente perdere.
A volte significa fare spazio a una versione di noi stessi più ampia.
Una versione nella quale il passato non deve essere cancellato, ma può diventare parte della storia che ci ha portato fino a qui.
E forse, quella sera davanti allo specchio, la domanda non deve essere:
“Come posso tornare ad essere quella di prima?”
Ma:
“Che cosa di quella donna voglio portare con me nella vita che sto costruendo adesso?”
Forse, allora, diventare madre non significa perdere la donna che eravamo, ma imparare a conoscerla in una forma nuova.
Perché anche nelle trasformazioni più profonde possiamo trovare uno spazio per noi, per ciò che eravamo e, soprattutto, per ciò che possiamo ancora diventare.




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